Un tendone che accoglie i diversi
Immaginate un circo. Luci, polvere, applausi e silenzi. Numeri pericolosi, imprevedibili, commoventi. È questa la metafora scelta da Alfredo Accatino per raccontare il nuovo capitolo della collana Outsiders (Giunti Editore): “Outsiders Circus – Il Circo degli Invisibili”. Un libro che raccoglie 70 protagonisti dell’arte del Novecento e oltre, esclusi o marginalizzati dalla storia ufficiale, eppure capaci di rivoluzionarla in segreto. Un terzo sono donne, chiamate a farsi spazio in un mondo di uomini. Molti di loro sono sconosciuti in Italia e provengono da sei continenti, in rappresentanza di tutte le forme espressive.
Storie
sorprendenti, raccontate con lo stile che ha reso Outsiders una collana di culto: narrativo, diretto, emozionale, capace
di unire ricerca e racconto, rigore e passione. Non un manuale accademico, ma un
libro da leggere come un romanzo corale.
Un progetto che scardina le gerarchie della storia dell’arte e accende i
riflettori su autori e presenta maestri dimenticati o da riscoprire. Ma non si
rivolge agli specialisti, racconta storie vere e sorprendenti, con uno stile
narrativo diretto e coinvolgente. Ogni Outsider viene restituito con le sue
ombre e le sue luci, senza filtri: chi ha amato troppo, chi ha ucciso, chi è
stato spezzato dall’esilio, chi ha trovato riscatto nella follia creativa.
“Mi sono comportato da ladro di vite – scrive – ma uno scrittore è
sempre un ladro di anime, che dona in cambio l’eternità”. Un esperto di arte,
ma soprattutto un creativo, direttore artistico autore di grandi eventi in
tutto il mondo come le recenti cerimonie Olimpiche di Milano Cortina 2026
all’Arena di Verona.
Biografie che sembrano romanzi, opere come messaggi nella bottiglia
Un carosello di storie vere che sembrano invenzioni, di opere mai viste che sorprendono come magie con il più ricco corredo iconografico di sempre.
Tra le pagine sfilano destini che paiono scritti da un romanziere più che
dalla vita.
Troviamo così Masahisa Fukase, il fotografo giapponese che si identificò
in un corvo e trasformò il dolore di un matrimonio finito in uno dei libri
fotografici più intensi del secolo.
C’è la giovane Charlotte Salomon, che in Costa Azzurra mise in scena la
sua vita in 1300 gouaches, mescolando teatro e autobiografia, prima di essere
deportata ad Auschwitz incinta di cinque mesi. E che uccise suo nonno e rimase
ad osservarlo agonizzare.
C’è Bahman Mohassess, l’iraniano che dipingeva mostri e minotauri contro
ogni censura, poi distrusse da sé la maggior parte della sua opera, chiudendosi
per anni sino a morire in un hotel di Roma. C’è Gertrude Abercrombie, la
“regina del Surrealismo di Chicago”, che organizzava jam session con Dizzy
Gillespie e Monk e intanto dipingeva stanze metafisiche, gatti e lune storte. C’è
Juana Romani, la pittrice ciociara che conquistò la Parigi della Bella
Epoque con ritratti sensuali e decisi, per poi finire dimenticata e
internata in manicomio.
C’è Stanislao Lepri, diplomatico e nobile che lasciò l’ambasciata di
Monaco e ogni etichetta per amore di Leonor Fini e per dedicarsi alla pittura
surrealista, trasformando la sua vita in un’opera visionaria. E poi, ancora Eugene Von
Bruenchenhein che chiuso in casa con sua moglie Marie ha costruito in una
vita un’arca con migliaia di opere, senza che nessuno sapesse nulla. Růžena Zátková, futurista boema
che collaborò con i russi e trasformò il movimento in pura energia visiva. Lavina Schultz, una coreografa
e artista geniale, autrice di un duplice suicidio, le cui opere sono state
riscoperte svuotando i magazzini di un museo dove erano state dimenticate per
sessanta anni. Boris Kustodiev, pittore russo di colori vibranti, capace
di dipingere la vitalità del popolo nonostante fosse immobilizzato da una
malattia. Giuseppe Biasi, sardo, illustratore e pittore, che tradusse la
sua terra in visioni moderne, per poi essere linciato, creduto collaboratore
dei nazisti. E infine Simon Rodia, l’unico italiano presente sulla cover
di Sgt. Pepper’s dei Beatles.
Il risultato è un mosaico che spazia dalla pittura alla fotografia, dalla
performance all’architettura. Non una semplice antologia di nomi, ma un manifesto
per guardare l’arte da un’altra prospettiva, scoprendo che i margini spesso
sono più fertili del centro.
Come in un circo, non tutto è armonico: c’è rischio, c’è fragilità, c’è poesia.
Ma proprio qui si annida il senso del progetto: “Gli Outsiders – ricorda
Accatino – sono perdenti per definizione. Non scelgono mai i luoghi e le date
giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli. E hanno
sempre l’indirizzo sbagliato.”
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