Antonietta ha 86 anni, Axel 80.La prima, che vive in un piccolo paese dell’Abruzzo dal nome fiabesco (Fara Filiorum Petri) ha tenuto la sua prima personale poco più di un
anno, al Pigneto di Roma il quartiere più giovane e multirazziale, nel quale
sembrava essere la più sveglia. Dopo aver sempre anteposto la famiglia all’arte, continua
a creare, ogni giorno. Mi ha scritto via Whatsapp: “Ho appena finito un rotolo
di 15 metri disegnato in tagli quadrangolari con storie diverse. Nel mio fare,
mi guardo dentro e ricerco ciò di cui ho bisogno.”
Axel,
che si è trasferito in Italia nel 1984, non ha mai esposto e non troverete una
riga di biografia. E questo, nonostante il fatto che facesse parte del “Gruppo
Zero” di Otto Piene, avesse uno studio di 250 mq e realizzasse, giovanissimo, installazioni
innovative, come quella del 1971 alla Ruhr-Universität di Bochum: una parete
intera, che sfida la percezione, attraverso segni di luce arancione, rosata e
bianca, creati da tubi al neon, riflessi su un fondale di plexiglas giallo.
Praticamente tutto il lavoro di quegli anni è sparito dopo un allagamento del
deposito che conservava i suoi lavori. Oggi Axel conduce una vita solitaria in
un residence a Roma circondato da libri d’arte, storia e filosofia. Non ha il
cellulare, si mantiene con una pensione della madre patria, e lavora ogni
giorno negli spazi messi a disposizione - con generosità - da una parrocchia
alla Balduina. Ho dovuto insistere per intervistarlo e poterlo fotografare. La
sua filosofia è racchiusa nei versi di Ungaretti che mi ha citato in una mail
— unico legame tecnologico con il presente: «Lasciatemi così/come una cosa/posata/in un angolo/
e dimenticata». Anche le sue opere
seguono questo percorso, non le firma, non sono datate, non hanno titolo.
Axel
Offergeld è nato a Düsseldorf il 31 luglio 1946 e ha vissuto per anni al ritmo
dei Kraftwerk e di Frank Zappa. Frequenta la facoltà di architettura alla Werkkunstschule:
«Volevo fare l’architetto, ma a un certo punto decisi di diventare artista».
Negli anni Sessanta respira il clima dell’Accademia di Düsseldorf, attraversata
dalla presenza magnetica di Joseph Beuys («senza particolare simpatia»,
precisa), e incontra un giovanissimo Gerhard Richter, «un ragazzo timidissimo
che arrivava dall’Est». Un’epoca mitica per la storia dell’arte, ben restituita
dal film premio Oscar Opera
senza autore (2018),
ispirato proprio alla vicenda di Richter. A trent’anni Axel accetta un lavoro
da rappresentante per un’azienda che produce cartoncino: indipendenza
economica, libertà di movimento, nessun vincolo. Nasce anche un sodalizio con
Ferdinand Kriwet, con cui nel 1969, a New York, documenta l’allunaggio: «ho
realizzato le fotografie per il suo libro Apollo
(Suhrkamp Verlag), un flop.»
Negli
ultimi anni il suo lavoro ha preso un’altra direzione. Dopo aver viaggiato a
lungo, sceglie l’Italia come patria elettiva e avvia un ciclo basato sulla
ripetizione di un codice rigoroso, a partire dai materiali:Carta: Xuan Double Layer (patrimonio UNESCO), prodotta in CinaColori: Golden Acrylics, consigliati da Kremer Pigmente Dimensioni:
praticamente sempre 100x140
Composizioni
che potrebbero ricordare le geometrie del Bauhaus o del Neoplasticismo. Una
lettura fuorviante. Axel costruisce sistemi di equivalenze: forme diverse
caratterizzate da superfici perfettamente corrispondenti, cromatismi calibrati,
elementi che si specchiano: “Vedi…questo triangolo ha la stessa superfice di
questo, e insieme, hanno la stessa superficie di questi due rettangoli…” Un
equilibrio matematico che ogni tanto inganna nella composizione con una
rotazione inattesa, pur senza tradire la logica interna. Dal bozzetto passa al
disegno tecnico, quindi all’esecuzione: giorni di lavoro, precisione
chirurgica, segno misurabile al millimetro. Un rigore che si fa teorema, che mi
piace battezzare il Postulato di Offergeld: “Ogni forma ha la superficie
corrispondente a quelle che immagina il suo creatore.”
Una vita artistica da re degli Outsiders, che oggi ha come compagna una
patologia dolorosa che ne affligge il fisico, ne limita i movimenti. A dispetto
di un progetto che meriterebbe di essere valorizzato, acquisito e preservato da
un’istituzione, italiana o tedesca, prima che il tempo lo disperda. Come magari
vorrebbe Axel.
Diversa, quasi apodittica,
la storia di Antonietta Orsatti.
«Sono
una persona qualsiasi», mi disse accogliendomi nella sua casa-studio. Aveva 84
anni, e con la sua prima mostra alla “Galleria Lettera E” di Roma dava
finalmente forma a un percorso nato in gioventù, quando convinse la famiglia a
lasciarla studiare arte prima a Chieti, poi all’Accademia di Belle Arti di
Roma.
Al suo ritorno, il verdetto: «Adesso che ti sei divertita, sposati». E così
fece, ritagliando per l’arte gli scampoli di tempo rubati alla vita domestica,
al marito, ai quattro figli — uno dei quali, Andrea Iezzi, non a caso, sarebbe
diventato storico dell’arte. «Mentre lavavo i piatti pensavo a come realizzare
quello che avevo in testa. Per me il movimento delle mani è necessario per
pensare», racconta. La notte, dopo aver messo i figli a dormire, si chiudeva
nella rimessa e lavorava.
Nata a Casacanditella (Chieti) nel 1940,la sua vita si svolge nel cosiddetto “Quadrilatero di
Michetti”, tra paesi rarefatti e diramazioni rurali, dove negli anni Sessanta
passavano poche auto, si coltivavano cipolle bianche e il dialetto somigliava a
quello evocato da Donatella Di Pietrantonio ne L’Arminuta. Al piano terra di casa appende studi
di nudo, eredità degli anni di via di Ripetta. Poi vira: scolpisce la pietra
della Maiella con mazzetta e scalpello; modella i foratini prodotti dalla
fornace del marito, lavorandoli ancora freschi per poi farli cuocere di nuovo,
trasformandoli in piccoli teatrini architettonici; dipinge su lenzuoli grandi
come pareti. Nessuna opera somiglia a un’altra: «Non riesco a ripetermi, mi
sentirei male».
Come
ha scritto il curatore Paolo Cortese: «L’impeto
creativo viene ritmato da costruzioni geometriche rigorose. La narrazione
popolare entra nei suoi album, tra collage, disegni, oggetti trovati, fogli di
ogni formato». Con la
maturità arriva la folgorazione del cartone — di recupero, sempre — ritagliato,
assemblato, colorato. È la sua stagione più libera, finalmente emancipata dalle
scorie accademiche. Seguono i monumentali Cartocci:
coni di stoffa gessata e dipinta, forme arcaiche che riecheggiano lu
scartozz, il cartoccio di pasta che, da figlia di pastai, preparava da
ragazza. Antonietta Orsatti, ci invita a guardare il mondo da una fessura: dove
la forma sfugge alle regole, ma trova un’altra verità. Come ricordava Joseph
Beuys: «anche sbucciare una patata può essere arte, se fatto con consapevolezza».
Perché il gesto creativo è inscritto nelle biografie. Basta accorgersene.
Irriducibili? Sicuramente.
Antonietta
e Axel non si conoscono. Eppure, sembrano dialogare.
Lei espande, stratifica, ammassa, libera. Lui sottrae, ordina, verifica, misura
come un maestro rinascimentale.
Entrambi, però, fanno la stessa cosa: non si arrendono all’idea che l’arte abbia
una scadenza e una committenza.
Lavorano ancora, ogni
giorno, in silenzio.
Costruiscono una capsula del tempo. Prima o poi qualcuno la aprirà.
Enrico Accatino, pittore, scultore, designer, incisore, teorico dell'educazione artistica, nasce a Genova, a Piazza Colombo, nel 1920 da una famiglia piemontese scesa in Liguria come mercanti di vini, ma originaria di San Salvatore Monferrato, in provincia di Alessandria, il paese e la terra alla quale l’artista legherà per sempre la propria memoria e la propria identità culturale. La sua è una famiglia semplice, di viticultori, in parte toccata dall’emigrazione negli Stati Uniti (dove ancora a Ellis Island a New York sono conservate le foto dei due zii paterni) che trova ora nel commercio in Liguria la possibilità di un riscatto sociale.
Ma, al contrario delle attese dei propri genitori, sarà proprio in collina, nelle campagne, dove passa molti mesi all’anno a casa dei nonni, che Accatino – altrimenti destinato a gestire la bottega di famiglia di vini e spezie nel quartiere di San Martino - avverte il richiamo dell’espressione artistica ed inizia, da vero autodidatta, con pochissimi mezzi, a raccontare un mondo arcaico e contadino fatto di gente umile e senza storia. A ritrarre bestie nella stalla e vangatori, nebbie e tramonti.
Autoritratto, 1935-1936, una delle prime opere
Le scene di vita quotidiana collegate al lavoro dei campi e, in seguito, a quello in mare (anche Genova influenzerà profondamente, come si vede, le sue scelte estetiche con il suo carico di pescatori, marinai, emigranti pronti a imbarcarsi) saranno le tematiche portanti della sua prima produzione figurativa.
In questa fase di crescita notevole importanza avrà anche la frequentazione, a Torino, di Felice Casorati, che lo accoglie per alcuni mesi nel suo studio privato, insegnandogli il gusto della visione e la passione per la tecnica pittorica. Unico indirizzo culturale e unica cura a studi disordinati (si diploma Computista Commerciale) e a un ambiente provinciale e privo di stimoli, ben testimoniato dagli scritti di quegli anni di scrittori come Pavese e di Fenoglio.
Felice Casorati nel suo studio di Torino nel 1949
Enrico Accatino, autoritratto a 19 anni, 1939/1940
Enrico Accatino, militare a Manduria, a 21 anni, 1941
Il periodo bellico lo porta, da fante nel 52°Battaglione nel sud dell’Italia, in Puglia, a Manduria, dove ha la fortuna di stringere un sodalizio fraterno con un gruppo di giovani intellettuali come gli scrittori Michele Prisco, Mario Pomilio, Gino Montesanto, Orseolo Torossi, e come lo scultore pugliese Pietro Guida. Compagni d’arme, destinati a rimanergli amici per tutta la vita e che tanta influenza avranno nella sua formazione.
A Roma, nel dopoguerra, con la futura moglie Ornella Angeloni Accatino
Nel dopoguerra torna a Roma, dove lavora ai cicli pittorici dei cantieri dell'Eur e della Palestra di Scherma. Si iscrive quindi alla Accademia di Belle Arti di Roma (dove studia con Amerigo Bartoli, Mino Maccari, Pericle Fazzini, Ferruccio Ferrazzi). Si compie un sogno, visto che già nel ’40, prima ancora della chiamata alle armi, aveva superato la prova di ammissione, grazie all’interessamento dello scultore Marino Mazzacurati, sempre pronto a individuare talenti e aiutare i giovani artisti.
Nonostante il rapporto di amicizia che lo lega ai suoi insegnanti, Enrico darà tuttavia vita, con Lorenzo Guerrini, Tullio Pericoli, Gianni Polidori, Rosanna Lancia - per la prima volta in Italia - ad una sorprendente contestazione contro la cultura accademica. Un’azione che non era mai stata tentata prima, a favore di una nuova didattica del disegno, che anticipa di alcuni mesi quanto Treccani e Testori avrebbero fatto all’Accademia di Brera a Milano.
Rotti i legami con l’Accademia, nel 1947 riesce finalmente a partire per Parigi, città nella quale rimarrà un anno condividendo la casa con lo scultore Lorenzo Guerrini e il pittore italo francese Silvio Loffredo.
A Parigi, con lo scultore Mino Guerrini
A Parigi, con il pittore Silvio Loffredo
Un’esperienza fondamentale, che capovolge le emozioni del Grand Tour che dovevano aver provato i maestri del Nord nel secolo precedente, e che gli permette di entrare in contatto con un mondo nuovo, finalmente libero e cosmopolita, e di conoscere e di frequentare artisti del livello di Severini, Giacometti, Laurens, Pignon, Hartung, Manessier, di visitare lo studio di Brancusi e Nicolas De Staël.
1947 - 1957
Il realismo d’angoscia
Il Concerto, cartone per il Conservatorio di Macerata, 1947/48
Trasferitosi definitivamente a Roma, nel 1951, dopo 7 anni di frequentazione, si sposa con la poetessa e scrittrice Ornella Angeloni - dalla quale avrà tre figli. A livello pittorico, nonostante il momento felice della sua vita privata, continua ad esplorare un sentimento umano teso al riscatto del dolore e della miseria.
Michele Prisco e Enrico Accatino
Lo scrittore Gino Montesanto sistema la cravatta all'amico nel giorno del suo Matrimonio (courtesy fondazione Marino Moretti)
Si tratta di una figurazione rigorosa e sofferta, del tutto autonoma rispetto al realismo ideologico-politico imperante in quegli anni in Italia, ma anche lontana dai compiacimenti richiesti da un nascente collezionismo piccolo borghese. “…una pittura secca, essenziale, senza compiacimenti.” dirà di lui Pier Paolo Pasolini.
Fichi d'India
Il Trionfo della Morte, 1954
Quella di Accatino è una scelta complessa e radicale, che finirà per caratterizzare tutta la sua esperienza umana e professionale, e che lo porterà a lavorare sodo, a preferire la frequentazione di artisti-amici, amici-artisti come Fausto Pirandello, Roberto Melli, Alberto Gerardi, Primo Conti, Felice Carena, a quella dei salotti letterari romani, nei quali i suoi amici pittori più quotati vorrebbero introdurlo.
Sulla Terrazza di casa Melli, con Roberto Melli e Renato Guttuso
Del resto il tracollo economico dei genitori, nel 1949, coinvolti in un investimento sbagliato, lo obbligano a rimboccarsi le maniche, ad accettare l’incarico di insegnante precario (aveva preso pochi anni prima anche il diploma di liceo artistico e l'abilitazione all'insegnamento), e lo portano a raddoppiare le ore di lavoro, trasformando la casa nel suo studio.
Nascono così, i fondamentali cicli delle “Madri”, dei “Pescatori”, del Trasporto”, della “Mattanza”, questi ultimi ispirati dai due lunghi soggiorni che Accatino aveva trascorso, ventenne, presso le Tonnare di Carloforte, in Sardegna, nel corsi delle lunghe fughe esistenziali alla ricerca della propria identità. Carloforte, enclave genovese in Sardegna, lo accoglie e lo strega, condividendo la vita, da tonnarotto, con quella degli altri pescatori.
A Carloforte, pescatore tra i pescatori, a destra con la maglia scura
1950, davanti al quadro de Gli Affogati, finalista al Premio Roma 1951
Nel 1951 è finalista del Premio Roma, vince il Premio per i Giovani Pittori istituito da Marino Moretti a Cesenatico, e nel 1953, proprio con una grande opera ispirata al mare (il trasporto del corpo di un pescatore morto sul lavoro), si aggiudica, con Antonio Scordia e Primo Levi, la prima edizione del Premio Marzotto. A quell'epoca il più importante premio per le Arti Figurative in Italia, assegnato quell'anno per gli altri settori anche a Primo Levi per la letteratura e Valerio Mariani per la critica.
I vincitori del Premio Marzotto, con Valerio Mariani, Antonio Scordia, Carlo Levi. Accanto a lui sua moglie Ornella Angeloni Accatino
Primo acquirente della sua prima mostra personale, presso la Galleria dell’Obelisco, a Roma (1952) sarà proprio Renato Guttuso che, come emerge dall’epistolario, ha identificato nel più giovane Enrico l’onesta e la forza di un’arte senza compromessi, necessaria alla costruzione di una nuova Italia. “...vorrei vederti più spesso e se credi di farmi vedere la grande pittura che stai facendo te ne sarei grato. Abbiamo bisogno, per questa grande battaglia di rinnovamento dell'arte italiana, di tutte le forze nostre migliori. Una nuova fase è incominciata, superato il momento delle polemiche e della confusione dei termini...(Renato Guttuso – 1952)
Nel 1956, vincitore della Borsa di Studio del Belgian American Education Foundation, si reca in Belgio e quindi in Olanda e in Inghilterra, dove si confronta con le principali neo-avanguardie europee, quasi alla conferma del proprio modo di intendere e “fare arte”.
Con il passare degli anni il figurativo è divenuto, infatti, per Accatino un linguaggio sempre più angusto, nel quale sembra non riconoscersi più, e nel quale non trova più spazio il suo uso libero e spregiudicato del pennello. Arma che usa per denunciare le ingiustizie o le fragilità umane, ma anche per esprimere una forte tensione morale.
La serie della “Paura Atomica”, dei “Fichi d’India”, del “Trionfo della Morte” quest’ultimo di chiara matrice espressionista, si trasforma così in una trama che già prelude alla sofferta trasformazione in atto.
Si rafforza anche in questi anni anche la produzione poetica, nata da vero autodidatta sin dagli anni ’40, che darà poi il via a due raccolte. Una poesia che opera per immagini, accolta sino dagli anni ’50 sulle pagine de “La Fiera Letteraria”.
Enrico Accatino, L'Attesa, 1957, ultima opera figurativa
1957 - 1965
La via dell’astrazione: geometrie della memoria
La mutazione della visione avviene in maniera definitiva nel 1957, dopo casuali sconfinamenti, la rarefazione della grande tela “l’Attesa”, segna, di fatto, la frattura definitiva tra il figurativo e l’astratto. Le figure diventano segni che si perdono contro un orizzonte chiaro, per divenire elementi cromatico espressive che narrano senza dover mostrare.
Scriverà nei Diari:
“…il mio passaggio all’astrattismo non è stato repentino, ma lento e sofferto. Forse tutto è cominciato da una sorta di sazietà per certe forme di espressione, non soltanto mie, che mi fece entrare in polemica con me stesso. Inoltre in quegli anni dopo la fine della Guerra, si susseguirono a ritmo incalzante scoperte scientifiche, innovazioni tecnologiche e un’esplosione di mass-media che influirono violentemente sulla mentalità della società in cui vivevo.
Fatti che mi turbarono profondamente e mi fecero avvicinare, da osservatore estetico, ai misteri del cosmo, spingendomi verso stupori e contemplazioni mai prima da me sperimentate...”
I primi quadri aniconici dalla forte caratterizzazione geometrica sostenuta dalle vibrazioni di colori controllati a partire dagli anni ’60 tenderanno ad assumere una sempre maggiore severità di linguaggio. Un’etica della forma, quasi una religiosità astratta e assoluta che lo porterà a vincere nel 1960 la medaglia d'oro alla Biennale di Arte Sacra di Salisburgo, pur nella negazione della figurazione e dell’iconografia tradizionale. Un codice che lo vedrà ripercorre una lettura laica del mistero della fede.
Attento studioso (e come si vedrà, anche teorico dell’arte) Accatino ha motivato in più occasioni le sue scelte su categorie estetiche fondamentali, come ad esempio il cromatismo.
“Il colore…” scriverà “…possiede un valore morale. Il bianco è purezza e luce, il nero denuncia, contrasto, angoscia. La gamma dei grigi severità, ma anche dolcezza, i bruni, le ocra, i blu, i rossi, varietà di sentimenti e risonanze timbriche…i neri e i bianchi rappresentano una modalità di dialogo costante, un’infinta possibilità di comunicazione. Ognuno, in fondo, usa la propria sintassi.”
1965 - 1980
Il cerchio, ossessione e risposta
Il motivo conduttore e caratterizzante della produzione pittorica e tridimensionale, diviene da questo momento la “circolarità”: cerchio, disco, ellisse.
Il Mandala, come spesso sottolinea Giorgio Di Genova.
Una forma essenziale, che verrà declinata in tutte le possibili, plurime ed intersecate connessioni.
Una sorta di …“proliferazione cellulare fatta geometria della memoria” come ha ben identificato il critico Giuseppe Appella “…che ossessiona e placa Accatino.”
Una ricerca che attraverserà le più diverse tecniche produttive, che egli sperimenterà incessantemente nel corso degli anni nello studio di Via Chiana, e in seguito nel grande atelier di Via Agri, affiancando alla pittura la realizzazione di collage (che lui chiamerà carte costruite), l’incisione (tanto da arrivare ad acquistare e restaurare il grande tornio di Ottone Rosai), e infine la tridimensionalità (legno, gesso, bronzo, perspex, materiali di recupero).
Scriveva: "Ho sempre sentito che la scultura, o per meglio dire, la “tridimensionalità”, come convergenza di forma-luce-materia e come momento spirituale.
Tutto il creato è tridimensionale, perché dal microcosmo al macrocosmo, è spazio scandito in forme, andamenti vuoti e pieni. Per me passare dal bidimensionale al tridimensionale, o viceversa, è un processo di complementarità che mi stimola e arricchisce. Passare dal colore, dal supporto alla concretezza di una qualunque materia da afferrare, piegare, accostare, modellare, è un fatto naturale e indispensabile.”
Forme continua, esposto al Musma museo della scultura di Matera
1965 - 1984
Tessilità. Un arte antica per il contemporaneo
Enrico Accatino, Il grande Anellare, esposto presso il centro direzionale Alitalia
Strenuo assertore di una nuova cultura legata alla tradizione tessile, Accatino, a partire dal 1965, si dedica con vigore alla tessilità e al recupero dell’arazzo come linguaggio espressivo e come proposta agli architetti, inventando nuove soluzioni di tessitura bi o tridimensionali, come il diaframma, che utilizza la trama dell’ordito per creare trasparenze e che Enrico propone come elemento sospeso, fruibile da entrambe le superfici.
"Fin da giovane - scriverà - ho fortemente sentito il fascino della parete come sede e supporto di immagini e colori. Ho poi scoperto il valore del tessuto come materia ideale per proporre un’assorbenza di luminosità del tutto particolare. Come scrissi in una discussa “Proposta agli Architetti”, mi sembrava anzi, che la facilità di trasporto e la varietà di collocazione delle immagini realizzate in tessuto potesse essere utile nel nostro tempo, così come lo era stato nella vita di tanti nomadi, di molti continenti, di ogni tempo".
Un’esperienza di totale innovazione, che lo rende, a pieno diritto, uno dei padri della Fiber Art, e che lo porta a riscoprire laboratori artigiani e arazzerie in tutta Italia (Abruzzo, Lazio, Sardegna, Puglia, Lombardia, Veneto, Friuli) con i quali produrrà tra il 1966 e il 1979 ben 136 tra arazzi, diaframmi, tappeti murali, (oggi in parte persi in seguito ad un sinistro), molti dei quali verranno esposti in rappresentanza del nostro Paese in importanti rassegne internazionali. Riconosciuto dalla stessa Madeleine Jarry, alla Biennale de la Tapisserie di Losanna come il maggior esponente italiano.
Enrico Accatino, Meandri
1960 - 1986
L’invenzione dell’educazione artistica
Contemporaneamente all’attività artistico-produttiva Enrico Accatino ha a lungo operato anche come formatore, divulgatore e teorico della didattica delle arti visive.
Un impegno che nasce tra il 1960 e il 1964 quando riceve l’incarico dalla RAI Radiotelevisione italiana di curare per la televisione una nuova impostazione dell’insegnamento artistico.
Enrico Accatino, durante il ciclo di docenze televisive
L’esperienza di “Telescuola” - “Non è mai troppo tardi” – programma che, di fatto, formano le generazioni del boom economico) porterà alla produzione di 400 trasmissioni televisive in diretta, ma anche alla realizzazione di testi fondamentali per l’Educazione artistico-visiva e la Storia dell’Arte (Forma-Colore-Segno, La favola dell’Arte, Carlo Signorelli). I testi che accompagneranno la disciplina ad evolvere da “Corso di Disegno” in vera e propria Educazione all’Immagine. Di fatto viene rivoluzionata la disciplina, sino ad allora
relegata a Ornato e Disegno Architettonico, tanto che verrà chiamato insieme a Giovanni Gozzer
come consulente del ministro per lo sviluppo del nuovo programa dell'educazione artistica. I volumi, editi da Carlo Signorelli, diventano il libro più adottato nella scuola italiana, raggiungendo nelle diverse edizioni il milione di copie.
Un bagaglio di conoscenze che non potrà che confluire in decine di corsi di aggiornamento rivolti ai docenti e nella definizione dello stesso Programma della Riforma della Scuola Media, per il quale Accatino svolgerà per il ministro Gui un fondamentale ruolo di consulenza e indirizzo. Non solo. Grazie al suo interessamento nasceranno dal nulla Istituti d’Arte a Roma, Monopoli, Sessa Aurunca.
E, insieme a Carlo Piantoni, sarà tra i primi in Italia a operare per il superamento dell’handicap e delle disabilità attraverso l’educazione delle arti visive, operando con progetti pilota presso l’Unione Ciechi e la scuola Vittorino da Feltre a Roma. Con particolare attenzione ad autismo e spasticità.
Incontro didattico con insegnanti ciechi, Roma, 1965
1990 - 2000
La scoperta del colore
Enrico Accatino, Carte costruite
All’inizio degli anni ‘90, sulla scia della grande mostra antologica tenutasi a Palazzo Rondanini a Roma promossa dalla Regione Lazio, dove espone 180 opere, la produzione artistica di Accatino subisce un’ulteriore evoluzione. Lascia infatti definitivamente l’attività editoriale e si concentra sull’attività artistica.
Dopo anni di colori severi e controllati, la sua pittura si apre così a un nuovo cromatismo dove trovano spazio rossi brillanti, blu, gialli, improvvise variazioni di luce, in una sapiente fusione tra tecniche tradizionali e pittura acrilica, sino ad allora mai utilizzata (da artigiano tendeva a prepararsi i colori dal pigmento e dalle materie prime, sperimentando ogni volta nuove tecniche, che appuntava metodicamente nel ricettario).
Un percorso di sperimentazione che sarà ben raccontato dalle mostre del ciclo Alitalia per l’Arte (Roma, New York, Milano) e che proseguirà per tutto il decennio, sino a scavalcare la soglia del nuovo millennio.
2000 - 2005
Gli ultimi anni: L’arte e la malattia
Enrico Accatino, sino a quando ha potuto, ha continuato a dipingere e a produrre, frequentando luoghi molto amati come il Velino e i Monti Cimini, superando con la passione per l’arte le difficoltà che l’Alzheimer, manifestatosi alla fine del 2005, in maniera aggressiva dopo la morte dell’amata moglie Ornella, gli imponeva.
Solo nello studio egli ritrovava, infatti, la propria dimensione, mantenendo quella lucidità che nella vita normale lentamente svaniva. Artista nell’animo, capace di immaginare sculture sempre più complesse e sempre più grandi.
Ultima mostra importante la doppia personale (quadri e arazzi) tenutasi a Roma nel 2005 presso la Galleria Russo e Casa di Nepi, la manifattura che proprio per l’occasione produsse in Nepal cinque nuovi tappeti murali di grandi dimensioni (i primi a tiratura multipla di 9 pezzi, in luogo del pezzo unico).
Nel gennaio 2007, dopo aver subito un forte abbassamento della vista, si aggrava e deve essere ricoverato. Morirà a Roma il 16 luglio 2007.
Una decina di anni prima, aveva scritto:
“Cosa farò tra qualche anno? Magari quando sarò così vecchio da non potere più esprimere i miei sogni? Non lo so. Ma so che solo nel mio studio sono stato (e sarò) veramente a mio agio. Nella mia casa. E mi piacerebbe, come certi animali, rinchiudermi per sempre nella mia tana.
O sparire, un giorno, allontanandomi dalla capanna, come certi sciamani.”
L'ultimo dipinto di Enrico Accatino, forma circolare in legno, realizzato di getto, in poche ore, nel settembre del 2006, prima che i disturbi gli rendessero impossibile realizzare opere compiute.
L'evoluzione o involuzione del segno è comunque a disposizione degli studiosi e ricercatori. Dolorosa testimonianza della lotta tra coscienza e perdita di identità.
RICONOSCIMENTI E PRESENZE SUL MERCATO
Numerose sue opere sono conservate presso musei e collezioni private in Italia e all’estero: Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, Collezioni d’Arte Contemporanea Musei Vaticani, Simon Wiesenthal Center Los Angeles, Musma - Museo della Scultura di Matera.
Nel 1980, su proposta del Ministro della Pubblica Istruzione, il Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini gli ha conferito la Medaglia d’Oro quale “Benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte”. Nel 1998 il Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro lo ha nominato “Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”. Ulteriori informazioni sono reperibili in rete nel sito www.enricoaccatino.com
Enrico Accatino nel 2005, alla Galleria Di Nepi, Roma
Enrico Accatino was born in the port city of Genoa in 1920 to Piemontese parents.
This painter, sculptor and designer graduated from the Rome Fine Arts Academy and in 1947, after the Second World War, transferred to Paris. There, during the inspiring post-war years he mixed with artists such as Severini, Giacometti, Laurens Pignon and Manessier.
Accatino's work from 1940 to 1957 is characterized by a figurative tendency, inspired by social themes, one which distinguished him from the ideological - political realism reigning in Italy in that period. A strong human sentiment, directed towards redemption from pain and misery, is expressed by an essential constructionist symbolism (Fisherman, Tuna fishing, Mothers cycles). After a decade in Paris, he won a scholarship from the Belgian American Education Foundation which took him to Belgium and Holland in 1956. The first of his aniconic paintings, strongly geometrical works sustained by controlled colour vibrations (grays, whites, blacks, rusty browns and blues) were created in the second half of the fifties. In this period he began to investigate circularity, the theme which was to imprint all of his later graphic, painted and 3-dimensional works as circles, disks, ellipses …with all of their multiple and intersecting meanings. "The Eclipse" (1959) offers a unique point of view on what may be defined as the "praise of shadow", while "The Great Ring" (bronze, 1970) conducts us into the passionate "research of light" of Accatino poetry. A dedicated art student and theorist, Accatino has often deeply researched fundamental aesthetic categories, such as colour, abstraction and 3-dimensionalism.
A strenuous supporter of a new Italian culture tied to textiles, from 1966 he was intensely dedicated to the re-launching of tapestry as language, creating bi- and tri-dimensional solutions such his double faced diaphragm tapestries, plastic elements suspended in space.
During his long and intense artistic career he attained important national and international recognition, and many of his works are conserved in museums and private collections in Italy and abroad. From 1960 to 1964 he was responsible for the planning of a new method of teaching art, through hundreds of television transmissions (RAI - Radio Televisione Italiana). He also published numerous and important texts on Visual Arts and the History of Art and held conferences and courses for professors and principals in art instruction.
In 1980, nominated by the Ministry of Public Education, Enrico Accatino was awarded a gold medal by the President of the Italian Republic for "Benemerito della Scuola, della Cultura e dell'Arte". He died in 2007 in Rome.
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