venerdì 5 giugno 2026

OUTSIDERS CIRCUS – IL CIRCO DEGLI INVISIBILI

Un viaggio nel lato nascosto della creatività: il nuovo libro di Alfredo Accatino edito da Giunti editore porta in scena 70 artisti dimenticati, irregolari, “freaks della bellezza”  Dal fotografo giapponese Masahisa Fukase al pittore iraniano Bahman Mohassess, dalla visionaria Gertrude Abercrombie alla tragica storia di Charlotte Salomon. Il quinto volume della serie Outsiders, tradotta anche all'estero.
https://giunti.it/products/outsiders-circus-accatino-alfredo-9791223206294?srsltid=AfmBOopdmqZH9itZAvAJ7lIqbYwoaIVHTHwoLza2vktTGRTG5hEceNVF


Un tendone che accoglie i diversi

Immaginate un circo. Luci, polvere, applausi e silenzi. Numeri pericolosi, imprevedibili, commoventi. È questa la metafora scelta da Alfredo Accatino per raccontare il nuovo capitolo della collana Outsiders (Giunti Editore): “Outsiders Circus – Il Circo degli Invisibili”. Un libro che raccoglie 70 protagonisti dell’arte del Novecento e oltre, esclusi o marginalizzati dalla storia ufficiale, eppure capaci di rivoluzionarla in segreto. Un terzo sono donne, chiamate a farsi spazio in un mondo di uomini. Molti di loro sono sconosciuti in Italia e provengono da sei continenti, in rappresentanza di tutte le forme espressive.

Storie sorprendenti, raccontate con lo stile che ha reso Outsiders una collana di culto: narrativo, diretto, emozionale, capace di unire ricerca e racconto, rigore e passione. Non un manuale accademico, ma un libro da leggere come un romanzo corale.
Un progetto che scardina le gerarchie della storia dell’arte e accende i riflettori su autori e presenta maestri dimenticati o da riscoprire. Ma non si rivolge agli specialisti, racconta storie vere e sorprendenti, con uno stile narrativo diretto e coinvolgente. Ogni Outsider viene restituito con le sue ombre e le sue luci, senza filtri: chi ha amato troppo, chi ha ucciso, chi è stato spezzato dall’esilio, chi ha trovato riscatto nella follia creativa. 
“Mi sono comportato da ladro di vite – scrive – ma uno scrittore è sempre un ladro di anime, che dona in cambio l’eternità”. Un esperto di arte, ma soprattutto un creativo, direttore artistico autore di grandi eventi in tutto il mondo come le recenti cerimonie Olimpiche di Milano Cortina 2026 all’Arena di Verona.




Biografie che sembrano romanzi, opere come messaggi nella bottiglia

Un carosello di storie vere che sembrano invenzioni, di opere mai viste che sorprendono come magie con il più ricco corredo iconografico di sempre.

Tra le pagine sfilano destini che paiono scritti da un romanziere più che dalla vita.
Troviamo così Masahisa Fukase, il fotografo giapponese che si identificò in un corvo e trasformò il dolore di un matrimonio finito in uno dei libri fotografici più intensi del secolo.
C’è la giovane Charlotte Salomon, che in Costa Azzurra mise in scena la sua vita in 1300 gouaches, mescolando teatro e autobiografia, prima di essere deportata ad Auschwitz incinta di cinque mesi. E che uccise suo nonno e rimase ad osservarlo agonizzare.
C’è Bahman Mohassess, l’iraniano che dipingeva mostri e minotauri contro ogni censura, poi distrusse da sé la maggior parte della sua opera, chiudendosi per anni sino a morire in un hotel di Roma. C’è Gertrude Abercrombie, la “regina del Surrealismo di Chicago”, che organizzava jam session con Dizzy Gillespie e Monk e intanto dipingeva stanze metafisiche, gatti e lune storte. C’è Juana Romani, la pittrice ciociara che conquistò la Parigi della Bella Epoque con ritratti sensuali e decisi, per poi finire dimenticata e internata in manicomio.
C’è Stanislao Lepri, diplomatico e nobile che lasciò l’ambasciata di Monaco e ogni etichetta per amore di Leonor Fini e per dedicarsi alla pittura surrealista, trasformando la sua vita in un’opera visionaria.  E poi, ancora
Eugene Von Bruenchenhein che chiuso in casa con sua moglie Marie ha costruito in una vita un’arca con migliaia di opere, senza che nessuno sapesse nulla. Růžena Zátková, futurista boema che collaborò con i russi e trasformò il movimento in pura energia visiva. Lavina Schultz, una coreografa e artista geniale, autrice di un duplice suicidio, le cui opere sono state riscoperte svuotando i magazzini di un museo dove erano state dimenticate per sessanta anni. Boris Kustodiev, pittore russo di colori vibranti, capace di dipingere la vitalità del popolo nonostante fosse immobilizzato da una malattia. Giuseppe Biasi, sardo, illustratore e pittore, che tradusse la sua terra in visioni moderne, per poi essere linciato, creduto collaboratore dei nazisti. E infine Simon Rodia, l’unico italiano presente sulla cover di Sgt. Pepper’s dei Beatles.


Il risultato è un mosaico che spazia dalla pittura alla fotografia, dalla performance all’architettura. Non una semplice antologia di nomi, ma un manifesto per guardare l’arte da un’altra prospettiva, scoprendo che i margini spesso sono più fertili del centro.
Come in un circo, non tutto è armonico: c’è rischio, c’è fragilità, c’è poesia. Ma proprio qui si annida il senso del progetto: “Gli Outsiders – ricorda Accatino – sono perdenti per definizione. Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli. E hanno sempre l’indirizzo sbagliato.”

 


 



OUTSIDERS CIRCUS – IL CIRCO DEGLI INVISIBILI

Un viaggio nel lato nascosto della creatività: il nuovo libro di Alfredo Accatino porta in scena 70 artisti dimenticati, irregolari, “freaks della bellezza”  Dal fotografo giapponese Masahisa Fukase al pittore iraniano Bahman Mohassess, dalla visionaria Gertrude Abercrombie alla tragica storia di Charlotte Salomon.


Un tendone che accoglie i diversi

Immaginate un circo. Luci, polvere, applausi e silenzi. Numeri pericolosi, imprevedibili, commoventi. È questa la metafora scelta da Alfredo Accatino per raccontare il nuovo capitolo della collana Outsiders (Giunti Editore): “Outsiders Circus – Il Circo degli Invisibili”. Un libro che raccoglie 70 protagonisti dell’arte del Novecento e oltre, esclusi o marginalizzati dalla storia ufficiale, eppure capaci di rivoluzionarla in segreto. Un terzo sono donne, chiamate a farsi spazio in un mondo di uomini. Molti di loro sono sconosciuti in Italia e provengono da sei continenti, in rappresentanza di tutte le forme espressive.

Storie sorprendenti, raccontate con lo stile che ha reso Outsiders una collana di culto: narrativo, diretto, emozionale, capace di unire ricerca e racconto, rigore e passione. Non un manuale accademico, ma un libro da leggere come un romanzo corale.
Un progetto che scardina le gerarchie della storia dell’arte e accende i riflettori su autori e presenta maestri dimenticati o da riscoprire. Ma non si rivolge agli specialisti, racconta storie vere e sorprendenti, con uno stile narrativo diretto e coinvolgente. Ogni Outsider viene restituito con le sue ombre e le sue luci, senza filtri: chi ha amato troppo, chi ha ucciso, chi è stato spezzato dall’esilio, chi ha trovato riscatto nella follia creativa. 
“Mi sono comportato da ladro di vite – scrive – ma uno scrittore è sempre un ladro di anime, che dona in cambio l’eternità”. Un esperto di arte, ma soprattutto un creativo, direttore artistico autore di grandi eventi in tutto il mondo come le recenti cerimonie Olimpiche di Milano Cortina 2026 all’Arena di Verona.





Biografie che sembrano romanzi, opere come messaggi nella bottiglia

Un carosello di storie vere che sembrano invenzioni, di opere mai viste che sorprendono come magie con il più ricco corredo iconografico di sempre.

Tra le pagine sfilano destini che paiono scritti da un romanziere più che dalla vita.
Troviamo così Masahisa Fukase, il fotografo giapponese che si identificò in un corvo e trasformò il dolore di un matrimonio finito in uno dei libri fotografici più intensi del secolo.
C’è la giovane Charlotte Salomon, che in Costa Azzurra mise in scena la sua vita in 1300 gouaches, mescolando teatro e autobiografia, prima di essere deportata ad Auschwitz incinta di cinque mesi. E che uccise suo nonno e rimase ad osservarlo agonizzare.
C’è Bahman Mohassess, l’iraniano che dipingeva mostri e minotauri contro ogni censura, poi distrusse da sé la maggior parte della sua opera, chiudendosi per anni sino a morire in un hotel di Roma. C’è Gertrude Abercrombie, la “regina del Surrealismo di Chicago”, che organizzava jam session con Dizzy Gillespie e Monk e intanto dipingeva stanze metafisiche, gatti e lune storte. C’è Juana Romani, la pittrice ciociara che conquistò la Parigi della Bella Epoque con ritratti sensuali e decisi, per poi finire dimenticata e internata in manicomio.
C’è Stanislao Lepri, diplomatico e nobile che lasciò l’ambasciata di Monaco e ogni etichetta per amore di Leonor Fini e per dedicarsi alla pittura surrealista, trasformando la sua vita in un’opera visionaria.  E poi, ancora
Eugene Von Bruenchenhein che chiuso in casa con sua moglie Marie ha costruito in una vita un’arca con migliaia di opere, senza che nessuno sapesse nulla. Růžena Zátková, futurista boema che collaborò con i russi e trasformò il movimento in pura energia visiva. Lavina Schultz, una coreografa e artista geniale, autrice di un duplice suicidio, le cui opere sono state riscoperte svuotando i magazzini di un museo dove erano state dimenticate per sessanta anni. Boris Kustodiev, pittore russo di colori vibranti, capace di dipingere la vitalità del popolo nonostante fosse immobilizzato da una malattia. Giuseppe Biasi, sardo, illustratore e pittore, che tradusse la sua terra in visioni moderne, per poi essere linciato, creduto collaboratore dei nazisti. E infine Simon Rodia, l’unico italiano presente sulla cover di Sgt. Pepper’s dei Beatles.


Il risultato è un mosaico che spazia dalla pittura alla fotografia, dalla performance all’architettura. Non una semplice antologia di nomi, ma un manifesto per guardare l’arte da un’altra prospettiva, scoprendo che i margini spesso sono più fertili del centro.
Come in un circo, non tutto è armonico: c’è rischio, c’è fragilità, c’è poesia. Ma proprio qui si annida il senso del progetto: “Gli Outsiders – ricorda Accatino – sono perdenti per definizione. Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli. E hanno sempre l’indirizzo sbagliato.”

 


 


GLI IRRIDUCIBILI AXEL OFFERGELD - ANTONIETTA ORSATTI

Antonietta ha 86 anni, Axel 80. La prima, che vive in un piccolo paese dell’Abruzzo dal nome fiabesco (Fara Filiorum Petri) ha tenuto la sua prima personale poco più di un anno, al Pigneto di Roma il quartiere più giovane e multirazziale, nel quale sembrava essere la più sveglia. Dopo aver sempre anteposto la famiglia all’arte, continua a creare, ogni giorno. Mi ha scritto via Whatsapp: “Ho appena finito un rotolo di 15 metri disegnato in tagli quadrangolari con storie diverse. Nel mio fare, mi guardo dentro e ricerco ciò di cui ho bisogno.”

Axel, che si è trasferito in Italia nel 1984, non ha mai esposto e non troverete una riga di biografia. E questo, nonostante il fatto che facesse parte del “Gruppo Zero” di Otto Piene, avesse uno studio di 250 mq e realizzasse, giovanissimo, installazioni innovative, come quella del 1971 alla Ruhr-Universität di Bochum: una parete intera, che sfida la percezione, attraverso segni di luce arancione, rosata e bianca, creati da tubi al neon, riflessi su un fondale di plexiglas giallo.      
Praticamente tutto il lavoro di quegli anni è sparito dopo un allagamento del deposito che conservava i suoi lavori. Oggi Axel conduce una vita solitaria in un residence a Roma circondato da libri d’arte, storia e filosofia. Non ha il cellulare, si mantiene con una pensione della madre patria, e lavora ogni giorno negli spazi messi a disposizione - con generosità - da una parrocchia alla Balduina. Ho dovuto insistere per intervistarlo e poterlo fotografare. La sua filosofia è racchiusa nei versi di Ungaretti che mi ha citato in una mail — unico legame tecnologico con il presente: «Lasciatemi così/come una cosa/posata/in un angolo/ e dimenticata». Anche le sue opere seguono questo percorso, non le firma, non sono datate, non hanno titolo.

 

Axel Offergeld è nato a Düsseldorf il 31 luglio 1946 e ha vissuto per anni al ritmo dei Kraftwerk e di Frank Zappa. Frequenta la facoltà di architettura alla Werkkunstschule: «Volevo fare l’architetto, ma a un certo punto decisi di diventare artista». Negli anni Sessanta respira il clima dell’Accademia di Düsseldorf, attraversata dalla presenza magnetica di Joseph Beuys («senza particolare simpatia», precisa), e incontra un giovanissimo Gerhard Richter, «un ragazzo timidissimo che arrivava dall’Est». Un’epoca mitica per la storia dell’arte, ben restituita dal film premio Oscar Opera senza autore (2018), ispirato proprio alla vicenda di Richter. A trent’anni Axel accetta un lavoro da rappresentante per un’azienda che produce cartoncino: indipendenza economica, libertà di movimento, nessun vincolo. Nasce anche un sodalizio con Ferdinand Kriwet, con cui nel 1969, a New York, documenta l’allunaggio: «ho realizzato le fotografie per il suo libro Apollo (Suhrkamp Verlag), un flop.»


Negli ultimi anni il suo lavoro ha preso un’altra direzione. Dopo aver viaggiato a lungo, sceglie l’Italia come patria elettiva e avvia un ciclo basato sulla ripetizione di un codice rigoroso, a partire dai materiali:Carta: Xuan Double Layer (patrimonio UNESCO), prodotta in Cina  Colori: Golden Acrylics, consigliati da Kremer Pigmente Dimensioni: praticamente sempre 100x140

Composizioni che potrebbero ricordare le geometrie del Bauhaus o del Neoplasticismo. Una lettura fuorviante. Axel costruisce sistemi di equivalenze: forme diverse caratterizzate da superfici perfettamente corrispondenti, cromatismi calibrati, elementi che si specchiano: “Vedi…questo triangolo ha la stessa superfice di questo, e insieme, hanno la stessa superficie di questi due rettangoli…” Un equilibrio matematico che ogni tanto inganna nella composizione con una rotazione inattesa, pur senza tradire la logica interna. Dal bozzetto passa al disegno tecnico, quindi all’esecuzione: giorni di lavoro, precisione chirurgica, segno misurabile al millimetro. Un rigore che si fa teorema, che mi piace battezzare il Postulato di Offergeld: “Ogni forma ha la superficie corrispondente a quelle che immagina il suo creatore.”       
Una vita artistica da re degli Outsiders, che oggi ha come compagna una patologia dolorosa che ne affligge il fisico, ne limita i movimenti. A dispetto di un progetto che meriterebbe di essere valorizzato, acquisito e preservato da un’istituzione, italiana o tedesca, prima che il tempo lo disperda. Come magari vorrebbe Axel.

  

Diversa, quasi apodittica, la storia di Antonietta Orsatti.

«Sono una persona qualsiasi», mi disse accogliendomi nella sua casa-studio. Aveva 84 anni, e con la sua prima mostra alla “Galleria Lettera E” di Roma dava finalmente forma a un percorso nato in gioventù, quando convinse la famiglia a lasciarla studiare arte prima a Chieti, poi all’Accademia di Belle Arti di Roma.     
Al suo ritorno, il verdetto: «Adesso che ti sei divertita, sposati». E così fece, ritagliando per l’arte gli scampoli di tempo rubati alla vita domestica, al marito, ai quattro figli — uno dei quali, Andrea Iezzi, non a caso, sarebbe diventato storico dell’arte. «Mentre lavavo i piatti pensavo a come realizzare quello che avevo in testa. Per me il movimento delle mani è necessario per pensare», racconta. La notte, dopo aver messo i figli a dormire, si chiudeva nella rimessa e lavorava.


Nata a Casacanditella (Chieti) nel 1940,
la sua vita si svolge nel cosiddetto “Quadrilatero di Michetti”, tra paesi rarefatti e diramazioni rurali, dove negli anni Sessanta passavano poche auto, si coltivavano cipolle bianche e il dialetto somigliava a quello evocato da Donatella Di Pietrantonio ne L’Arminuta. Al piano terra di casa appende studi di nudo, eredità degli anni di via di Ripetta. Poi vira: scolpisce la pietra della Maiella con mazzetta e scalpello; modella i foratini prodotti dalla fornace del marito, lavorandoli ancora freschi per poi farli cuocere di nuovo, trasformandoli in piccoli teatrini architettonici; dipinge su lenzuoli grandi come pareti. Nessuna opera somiglia a un’altra: «Non riesco a ripetermi, mi sentirei male».

 

Come ha scritto il curatore Paolo Cortese: «L’impeto creativo viene ritmato da costruzioni geometriche rigorose. La narrazione popolare entra nei suoi album, tra collage, disegni, oggetti trovati, fogli di ogni formato». Con la maturità arriva la folgorazione del cartone — di recupero, sempre — ritagliato, assemblato, colorato. È la sua stagione più libera, finalmente emancipata dalle scorie accademiche. Seguono i monumentali Cartocci: coni di stoffa gessata e dipinta, forme arcaiche che riecheggiano lu scartozz, il cartoccio di pasta che, da figlia di pastai, preparava da ragazza. Antonietta Orsatti, ci invita a guardare il mondo da una fessura: dove la forma sfugge alle regole, ma trova un’altra verità. Come ricordava Joseph Beuys: «anche sbucciare una patata può essere arte, se fatto con consapevolezza». Perché il gesto creativo è inscritto nelle biografie. Basta accorgersene.


Irriducibili? Sicuramente.

Antonietta e Axel non si conoscono. Eppure, sembrano dialogare.
Lei espande, stratifica, ammassa, libera. Lui sottrae, ordina, verifica, misura come un maestro rinascimentale.     
Entrambi, però, fanno la stessa cosa: non si arrendono all’idea che l’arte abbia una scadenza e una committenza. Lavorano ancora, ogni giorno, in silenzio.
Costruiscono una capsula del tempo. Prima o poi qualcuno la aprirà.